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 da NOTIZIE RADICALI del 26 Giugno 2010
Libia: rapporto di Amnesty International, ogni giorno diritti umani calpestati
  La situazione dei diritti umani in Libia risente dell'assenza di riforme, nonostante il Paese intenda giocare un ruolo di maggior rilievo sul piano internazionale. Lo rivela l'ultimo rapporto di “Amnesty International” 'La Libia di domani: quale speranza per i diritti umani?', che denuncia il ricorso alle frustate per punire le adultere, la detenzione a tempo indeterminato e le violenze nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati cosi' come i casi irrisolti di sparizioni forzate di dissidenti. "Di fronte a tutto questo", riferiscono da Amnesty, "le forze di sicurezza restano immuni dalle conseguenze delle loro azioni". Se la Libia "vuole essere credibile sul piano internazionale", ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di “Amnesty”, "le autorità devono assicurare che nessuno sia al di sopra della legge e che tutte le persone, comprese le più vulnerabili ed emarginate, siano protette dalla legge. La repressione del dissenso deve cessare". Secondo “Amnesty”, le violazioni dei diritti umani continuano a essere commesse dalle forze di sicurezza, "in particolare dall'Agenzia per la sicurezza interna (Asi) che pare avere poteri incontrastati di arrestare, imprigionare e interrogare persone sospettate di essere dissidenti o di svolgere attività legate al terrorismo".  Queste persone possono essere trattenute senza contatti con l'esterno per lunghi periodi di tempo, torturate e private dell'assistenza legale. Secondo i dati di “Amnesty” centinaia di persone languono nelle prigioni libiche, anche dopo la fine della pena o dopo essere state assolte da un giudice, nonostante negli ultimi anni ne siano state rilasciate altrettante, tra cui alcune detenute illegalmente.  Il rapporto contiene alcune storie esemplari. Come quella di Mahmut Hamed Matar, in prigione dal 1990 e in attesa di giudizio, condannato all'ergastolo al termine di un processo gravemente irregolare, in cui sono state utilizzate come prove dichiarazioni rese sotto tortura. Suo fratello, Jaballah Hamed Matar, un dissidente, e' stato vittima di sparizione forzata nel 1990 al Cairo, Egitto. "Le autorità libiche non hanno fatto nulla per indagare sulla sua scomparsa", si legge nel rapporto. Nel corso della sua visita alla prigione di Jdeida, nel maggio 2009, “Amnesty” ha incontrato sei donne condannate per 'zina' (relazione sessuale tra un uomo e una donna al di fuori di un matrimonio legale). Quattro erano state condannate a periodi di carcere tra tre e quattro anni, le altre due a 100 frustate. Altre 32 donne erano in attesa del processo per la medesima imputazione. All'indomani degli attacchi dell'11 settembre 2001 negli Usa, le autorità libiche hanno fatto ricorso all'argomento della 'guerra al terrore' per giustificare la detenzione arbitraria di centinaia di persone considerate voci critiche o una minaccia alla sicurezza nazionale. Gli Usa hanno rinviato in Libia alcuni cittadini libici, precedentemente detenuti a Guantanamo Bay o in carceri segrete. Tra questi, Ibn Al Sheikh Al Libi, che si sarebbe poi suicidato nel 2009 nella prigione di Abu Salim. Nessun particolare delle indagini condotte sulla sua morte è stato reso noto, denunciano da “Amnesty”. Inoltre, l'organizzazione per la tutela dei diritti umani denuncia che i cittadini libici sospettati di attività legate al terrorismo rimandati nel Paese continuano a rischiare la detenzione senza contatti con l'esterno, la tortura e processi gravemente irregolari. “Amnesty” ha riscontrato un "modesto aumento" della flessibilità delle autorità libiche nei confronti di coloro che le criticano. Gli attivisti per i diritti umani subiscono ancora persecuzioni e arresti mentre le autorità continuano a non rispondere alla loro richiesta di verità e giustizia.  Negli ultimi due anni, la Libia ha rilasciato una quindicina di prigionieri di coscienza ma non li ha risarciti per le violazioni subite ne' ha riformato le draconiane norme che limitano severamente i diritti alla libertà d'espressione e di associazione. Migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in maggior parte provenienti dall'Africa e in cerca di salvezza in Italia e in altri Paesi dell'Unione europea, trovano invece arresti, detenzioni a tempo indeterminato e violenze in Libia. Il Paese non ha firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sullo status di rifugiato del 1951. Pertanto rifugiati e richiedenti asilo sono rimandati indietro "senza riguardo per il loro bisogno di protezione". Inoltre, la pena di morte continua a essere usata in modo massiccio e può essere applicata per un'ampia gamma di reati, comprese attività che corrispondono al pacifico esercizio dei diritti alla libertà d'espressione e d'associazione. "I partner internazionali della Libia non possono ignorare l'agghiacciante situazione dei diritti umani in nome dei loro interessi nazionali", ha sottolineato Hassiba Hadj Sahraoui, "come membro della comunità internazionale, la Libia ha la responsabilità di rispettare gli obblighi in materia di diritti umani e occuparsi delle violazioni anziché nasconderle. La contraddizione di un paese che contemporaneamente fa parte del Consiglio Onu dei diritti umani e rifiuta le visite dei suoi esperti indipendenti sui diritti umani, e' stridente".(AGI)
IL N/S COMMENTO
Apprendiamo mentre pubblichiamo che 300 Profughi Eritrei hanno inviato SMS in Italia chiedendo aiuto per il modo disumano in cui vengono trattati nei "Lager" libici dopo essere stati inopinatamente respinti dal N/s Governo in quel Paese. Condanniamo senza riserve questo comportamento del Governo Italiano in antitesi e contro la tradizione italiana di ospitalità antica di secoli. Questa maggioranza falsamente liberale che nutre la propria bocca di accuse di comunismo rivolte anche verso chi comunista non è stato mai, noi la consideriamo peggiore dello stalinismo proprio per la sua falsità.    Liberal225

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