Meglio tardi che mai. La verità sui fatti del 12
maggio 1977, sulle violenze premeditate, culminate con l’assassinio di Giorgiana Masi,sta venendo a galla ma ancora
molto, troppo lentamente. Dopo trent’anni Francesco Cossiga, a quel tempo Ministro degli Interni, nel corso di un’intervista
rilasciata ad Aldo Cazzullo e pubblicata giovedì 25 gennaio dal “Corriere della Sera”, ha ammesso: “La verità
la sapevamo in quattro: il procuratore di Roma, il capo della mobile, un maggiore dei carabinieri e io. Ora siamo in cinque:
l’ ho detta a un deputato di Rifondazione che continuava a rompermi le scatole. Non la dirò in pubblico per non aggiungere
dolore a dolore”.
E no, troppo comodo, senatore! Lei adesso deve
parlare, deve raccontare a tutti ciò che sa, deve provare a discolparsi dalle sue responsabilità. E Parlamento e magistratura
facciano la loro parte, svolgano quel compito cui in tutti questi anni si sono vergognosamente sottratti.
Quel maledetto 12 maggio il centro di Roma fu letteralmente
messo a ferro e fuoco e non certo per colpa dei radicali ma perché si attuò un piano stragista accuratamente architettato,
con poliziotti in borghese armati e travestiti da autonomi e celerini e carabinieri costretti, da ordini superiori, a picchiare
selvaggiamente e indiscriminatamente chiunque si fosse trovato a passare in un ampio raggio che da Piazza Navona andava a
Campo dei Fiori fino al Lungotevere, dove fu uccisa, colpita alla schiena, la diciannovenne Giorgiana Masi.
Lo scopo, l’unico vero scopo, era far degenerare
quella che doveva essere e sarebbe stata, se non ci fosse stato un apposito disegno criminoso di regime, una tranquilla e
festosa manifestazione per ricordare la vittoria referendaria sul divorzio e, nello stesso tempo, raccogliere firme per otto
quesiti.
Il nostro simbolo era in quegli anni la Rosa nel
Pugno. Avevamo in Parlamento i nostri fantastici quattro: Emma Bonino, Adele Faccio, Mauro Mellini, Marco Pannella.
Per la prima volta nella storia italiana una donna
era stata eletta segretaria di un partito. Un evento innovativo come sempre unanimemente snobbato, ignorato dalla stampa.
Il XVII congresso del Partito Radicale, svoltosi
a Napoli dal primo al quattro novembre 1976, aveva, infatti, portata alla segreteria l’indimenticabile Adelaide Aglietta
decidendo altresì di promuovere dieci referendum abrogativi, ridotti successivamente ad otto su deliberazione del consiglio
federativo.
Non fa di certo male ricordarli: 1) trattato e
concordato tra Santa Sede e Italia, 2) codice militare di pace, 3) ordinamento giudiziario militare, 4) norme sui procedimenti
e giudizi di accusa della Commissione Inquirente, 5) norme repressive del codice penale, 6) finanziamento pubblico dei partiti,
7) la cosiddetta “legge Reale” (dal nome del repubblicano Oronzo Reale, una delle leggi più liberticide della
storia repubblicana), 8) gli istituti manicomiali. Con scarsi mezzi, una disastrosa situazione economica del partito e la
solita cortina di silenzio degli organi d’informazione, avremmo dovuto trovare il numero di firme necessarie alla presentazione.
Commemorare il 12 maggio la vittoria divorzista
era parsa l’occasione più opportuna a richiamare l’attenzione sulla nostra immane impresa. Il divieto a manifestare fu pretestuoso. L’intento folle e sciagurato, che accomunava come sempre in un solo afflato
DC e PCI, era quello di criminalizzare l’opposizione (non a caso, nel giro di pochi anni, si sarebbe giunti al famigerato
“teorema Calogero” e al caso 7 aprile) e di penalizzare, in modo particolare, l’opposizione nonviolenta
(ovviamente ritenuta dal regime la più pericolosa) a tal punto che vennero ipotizzate farneticanti connessioni tra chi aveva
adottato la violenza come strumento e metodo di lotta e chi, come noi, era di fatto alternativo alla violenza del regime e
a quella (direttamente consequenziale) dell’estremismo autonomo.
Fa un certo effetto rileggere oggi, a distanza
di tanto tempo, Cronaca di una strage, lo straordinario dossier, ricco di testimonianze e documenti fotografici (c’è
anche un’immagine del nostro direttore Valter Vecellio inequivocabilmente pestato), su ciò che realmente avvenne il
12 maggio 1977. Dovrebbe essere assolutamente recuperato e ristampato perché estremamente attuale anche alla luce delle recenti
ammissioni di Cossiga.
Ci si soffermi, per cortesia, sulle reazioni, sprezzanti
nei nostri confronti, di esponenti comunisti come Antonello Trombadori, sul suo “E’ vostra la responsabilità della
tragedia”. Parole indicative e rivelatrici di una precisa strategia mirante ad esasperare animi e clima ed a falsificare
la verità come quelle del deputato Spagnoli: “Quando si istiga la sfida alle stesse manifestazioni celebrative del referendum,
non si tratta più di una festa, né di un ricordo: diventa uno scontro frontale”.
E giudicate voi l’esemplare battibecco tra
il repubblicano Oscar Mammì e Massimo D’Alema.
Mammì: “Credo che finiate, colleghi,
con l’essere obiettivi alleati di chi vuole in questa Italia un regime dei colonnelli!”. D’Alema: “Non
obiettivi, soggettivi!”. Mammì:”No, dico obiettivi, non soggettivi, perché ho stima e rispetto per taluni
dei colleghi cui faccio riferimento…”. D’Alema: “Fai male”.
Si capisce perfettamente a chi voglia alludere
D’Alema. Crediamo che qualsiasi commento sia superfluo.
“Che l’uccisione di Giorgiana Masi
si sia trasformata in un peso intollerabile per chi comanda – scrisse allora Camilla Cederna – lo dimostra il
fatto che (…) nessuna indagine è stata condotta fino in fondo, nessuna comunicazione giudiziaria è stata inviata ai
responsabili (…) nonostante la quantità di testimonianze tutte concordi, è stata tessuta una trama di menzogne estremamente
spessa, e delle testimonianze scomode, discordanti cioè con la verità ufficiale buona per il governo, non si è voluto tener
conto”. E ancora: “Si farà di tutto e si otterrà poco, perché una cosa è certa: cambiano i governi, cambiano le
maggioranze, si tessono nuovi giochi di potere e il PCI ne fa parte”.
E Marco Pannella: “Vi sono evidenze, vi sono
accecanti soli sulle vie di Damasco, che rendono i vili alle tenebre della menzogna e del tradimento anziché alla luce della
verità e del coraggio. (…)Finché vi sarà un solo deputato radicale in Parlamento non potrà, non dovrà dimenticare in
una sola grande, grave occasione, apparentemente la più estranea o lontana, di far risuonare nell’aula e nelle coscienze
il nome di Giorgiana Masi, finché giustizia non sia fatta”.
Per la cronaca, riuscimmo nella disperata impresa
di trovare cinque milioni di firme entro il giungo 1977 e la Corte Costituzionale scippò quattro degli otto quesiti referendari
(concordato, abrogazione di novantasette articoli del Codice Penale, codice militare di pace e ordinamento giudiziario militare).
Nel maggio 1978 furono approvate le leggi sui manicomi, sulla commissione inquirente e sull’aborto che vanificano tre
referendum.
L’11 e 12 giugno si votò, dunque, sul finanziamento
pubblico dei partiti e sulla legge Reale. A favore dell’abrogazione del primo si espresse il 43,7% degli elettori mentre
contro la legge Reale il 23,3%. Risultati sorprendenti, inattesi, anche perché dal conteggio dei voti risultò che molti militanti
comunisti e socialisti avevano votato contro le indicazioni dei vertici dei loro partiti. Sappiamo quel che accadde dopo,
così come, d’altronde, non dimentichiamo la campagna di linciaggio di cui fummo oggetto con giornalisti come Emanuele
Rocco che si spinsero ad affermare nel corso del Tg2 che contro la legge Reale avrebbero votato terroristi, delinquenti e
fascisti.
Dopo questo
viaggio nella memoria, c’è da chiedersi perché Cossiga abbia scelto questo momento per pronunciarsi come ha fatto. L’ex
presidente della Repubblica non è uno che parla a vanvera e anche quando sembra una scheggia impazzita in realtà non mira,
come si dice, se non coglie.
E allora che
sta accadendo? C’è un clima strano nel Paese, di rassegnazione, disillusione ma anche di ferocia e violenza. Quelle
che affiorano continuamente nelle tragedie familiari sono, in realtà, indice di qualcosa di politicamente più grave, più vasto,
più pericoloso.
Sarà un caso,
ma sta di fatto che il senatore Cossiga abbia parlato all’indomani della prescrizione dei reati imputati ad Oreste Scalzone,
leader di autonomia operaia che ha deciso di rientrare in Italia dopo un lungo esilio parigino, non con la coda tra le gambe
come qualcuno avrebbe voluto, ma con l’intento di esercitare, a suo modo e a suo dire, un ruolo critico di opposizione.
Non solo. Da un lato è in corso un ripensamento poco approfondito degli anni Settanta, dall’altro stiamo assistendo
a un processo di rimozione di tangentopoli.
Senza alcuna
dietrologia, non vorremmo che questo Paese possa entrare in un’altra fase cupa, di ulteriore affossamento delle conquiste
civili, di criminalizzazione del dissenso, di compimento di una restaurazione tramite disegni poco limpidi che mettano a repentaglio
la vita del diritto e non solo.
C’è
bisogno di chiarezza ma anche di rafforzare tutto il nostro apparato critico fermamente fondato sulla nonviolenza.
C’è
bisogno di verità. C’è bisogno di governare con attenzione un inderogabile processo riformatore. In questi trent’anni
molto, infatti, è cambiato ma, purtroppo, molto è rimasto drammaticamente uguale, troppo uguale, fossilizzato, con poteri
forti che continuano a tramare come e peggio di prima e con l’aggiunta di variabili allarmanti come quella del terrorismo
islamico che, di fatto, ha soppiantato e sostituito l’ideologia marxista-leninista. E in più ci sono inquietudini legate
a fenomeni nuovi come ad esempio il mutamento dell’idea di cittadinanza con tutto ciò che, in termini di rivendicazioni,
ne consegue. Attenzione. Attenzione. La vigilanza non è mai poca.
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